Museo Nicolis: un “viaggio nel tempo” tra auto, moto e tanto altro

Il Museo Nicolis sorge in una struttura in vetro acciaio di oltre 6000 metri quadrati, un’ imponente costruzione che ospita una delle più grandi collezioni private d’Europa: il Museo si trova nel complesso industriale di Villafranca Veronese, a pochi chilometri da Verona e dal Lago di Garda. I numeri della collezione sono davvero importanti: 200 automobili tutte restaurate in modo maniacale e perfetto, 100 moto dai modelli stradali alle sportive, 500 macchine fotografiche, centinaia di strumenti musicali e ancora 100 macchine da scrivere, piccoli velivoli e un'infinità di pezzi unici. Oggetti legati alle automobili e al collezionismo in genere: dalla rarissima collezione di volanti sportivi ad oggetti come  pompe di benzina , fari, stemmi e insegne. Al primo piano è visibile una ricostruzione perfetta di un’officina meccanica davvero spettacolare e curata in ogni dettaglio.


Inoltre si aggiunge a tutto ciò un incredibile collezione di vestiario d’epoca, oggetti pensati per il divertimento, come gli indimenticabili jukebox, distributori automatici e un’infinità di pezzi creati dall’ingegno umano: le collezioni sono esposte secondo percorsi storici e stilistici. Il complesso è dotato anche di un grande centro congressi che viene utilizzato per meeting e riunioni in genere, un grande archivio storico, una biblioteca e un bookshop tra i più forniti del nord Italia.

 

La collezione di auto è davvero notevole, con mezzi  di rara bellezza e pezzi unici. Vetture di inizio ‘900, come la splendida Cottereau del 1903, si pensa l’unico esemplare rimasto, l’Isotta Fraschini tipo 8 AS  del 1929, con interni degni di un salotto di prima classe, radica e tappezzeria damascate a far da cornice ad ogni sciccheria (dal corredo da barba per l’uomo alla retina appendi cilindro, sino al “nécessaire” dedicato alla signora), la Lancia Astura Mille Miglia (ph) del 1938, appositamente costruita dalla casa per il pilota Luigi Villoresi e carrozzata da Colli: questa vettura ha una storia degna di un film, partecipò alla Mille Miglia poi fu venduta e utilizzata in Svizzera per contrabbandare orologi di valore, fu sequestrata dalla Polizia; Luciano Nicolis la ritrovò abbandonata in un capannone: riportata in Italia e restaurata, la vettura è un vanto per il Museo in quanto è un pezzo unico al mondo.

 

Il museo Nicolis è nato dalla passione e della tenacia di un uomo che è riuscito a raccogliere e conservare manufatti meccanici dal valore inestimabile; Luciano Nicolis ha dedicato più di 40 anni a collezionare e restaurare pezzi trovati  in ogni angolo del mondo. La collezione è nata dalla sua grande passione e intelligenza per il recupero dei materiali. Questo è dovuto principalmente anche alla sua attività, oltre alla naturale passione per il collezionismo, poiché Luciano Nicolis è stato un grande imprenditore nel settore del riciclo della carta.

 

Non tutto però è arrivato subito, il fondatore del Museo ha avuto un’infanzia dura ma, grazie al legame forte che aveva con il padre Francesco, ha saputo trovare la sua strada: una vita piena di sacrifici ma anche di grandi soddisfazioni come la creazione della sua azienda, la Lamacart, un’industria che opera nel settore del riciclo della carta.

 

Luciano Nicolis, però, aveva un sogno: rendere fruibile a tutti la sua meravigliosa collezione privata.  Il Museo, inaugurato nel 2000 è stato il coronamento di tutti i suoi sacrifici, una vita passata a raccogliere con lungimiranza oggetti che a quel tempo nessuno considerava come collezionabili, anzi negli anni ’50 sino agli anni ‘80 non esisteva ancora una propria vera e coscienza ecologista. Le persone non si interessavano al recupero e riciclo degli oggetti e la gente si sbarazzava molto facilmente di cose che erano considerate vecchie e non più utilizzabili. Luciano Nicolis ha avuto l'intelligenza di vedere “fuori” dal tempo e considerare quegli oggetti come opere da conservare e da preservare. La sua famiglia in tutto ciò l’ha sempre sostenuto e aiutato, perché si dice che i sogni siano contagiosi.

 

La Lamacart oggi, dopo la scomparsa del suo fondatore, è portata avanti dal figlio Thomas. La direzione di questo straordinario Museo è, invece, affidata alla figlia Silvia Nicolis (ph): una grande personalità che sta portando avanti il Museo con uno spirito imprenditoriale davvero intelligente e innovativo. Silvia vede il Museo come un mondo in continuo movimento,  che deve avere l’abilità di connettersi con il pubblico per rendere questo stupendo “viaggio nel tempo” sempre innovativo e coinvolgente per mantenere vivo il piacere dei valori tradizionali.

 

Liguria Motori ringrazia Silvia Nicolis per aver concesso l'intervista esclusiva, in calce, al nostro portale; un grazie doveroso anche alla preparatissima Francesca Ballarini, che ci ha accompagnato lungo questo stupendo percorso.

 

Silvia Nicolis, nel suo museo si compie un vero e proprio viaggio nel tempo. Abbiamo sempre pensato che ogni oggetto che veniva prodotto una volta era così unico e particolare. La sua unicità, secondo lei, era semplicemente per distinguersi dalla frenetica produzione di quel tempo oppure gli imprenditori del passato mettevano due ingredienti segreti: la passione e la fantasia secondo lei cosa è cambiato?

 

“Sono affascinata dal periodo ante guerra che precede la produzione in serie. Ogni oggetto era un’opera unica, un manufatto pregiato, creato dall’uomo con il solo ausilio delle mani, della testa e del cuore. Questa particolare commistione produceva un risultato unico ed irripetibile, nel nostro caso il noto “made in italy” che tutto il mondo conosce e tutt’ora ci invidia.Non solo passione, ma una vera e propria arte frutto dell’ingegno umano. Oggi, giustamente, l’innovazione e la tecnologia corrono alla velocità del tempo che viviamo e soddisfano i bisogni della massa, ma il sapore del dettaglio e della creatività di un tempo resta per me impagabile”.


Migliaia di persone saranno passate a vedere questa stupenda collezione, una volta finito il percorso all'interno del Museo cosa spera di aver suscitato nel visitatore? Qual' è il messaggio che il Museo vuole e spera di offrire?

 

“Già il fatto di mettere a disposizione di tutti la possibilità di compiere un “viaggio nel tempo” in un unico è per noi una missione ed una soddisfazione. L’impegno principale è di trasferirne le emozioni, i colori, i profumi, i contesti in cui tutto ciò si inseriva. Lo facciamo attraverso un team di persone appassionate e preparate con l’obiettivo di lasciare in ciascun visitatore un tassello in più della sua storia, della sua vita e perché no qualche spunto anche per la rivisitazione e valorizzazione del presente”.

 

Possiamo immaginare che ogni pezzo della collezione abbia una sua storia (il posto in cui si trovava, in quale circostanze è stato acquistato) ma c'è un oggetto, un'auto, una moto che le ricorda un aneddoto divertente o che ricorda con piacere e simpatia, magari vissuto con papà Luciano?

 

“Al di là delle vetture iconiche del museo, come la Lancia Astura MM del 1938 di cui ho conosciuto il pilota Luigi Villoresi, ho nel cuore le prime vetture torpedo che sono legate al ricordo della mia infanzia, periodo in cui trascorrevo le domeniche con la famiglia ai primi raduni di auto storiche. Allora la “gara” consisteva nel vincere “giochi di abilità” come la gimcana tra i birilli. Impossibile non appassionarsi”.

 

Ci sono delle competenze specifiche per mandare avanti e far crescere di conseguenza il Museo ? Se si, sono competenze radicate oppure si evolvono in continuazione per essere sempre al passo con i tempi?

 

All’inizio pensavo fosse determinante avere una formazione specifica e specializzata, con il tempo e con l’esperienza ho avuto conferma che come per ogni “impresa” cambia l’oggetto ma il metodo, l’approccio, l’efficienza, la gestione, i processi e l’organizzazione devono essere quelle. Chiaramente servono anche contenuti e competenze culturali, ma forse ciò che fa la differenza, oltre all’approccio imprenditoriale, è l’abilità nel creare connessioni con il pubblico, il saper anticipare e soddisfare i loro bisogni, l’essere innovativi e veloci mantenendo vivo il piacere dei valori tradizionali. Personalmente ritengo fondamentale il sapersi mettere in discussione ogni giorno, ascoltare, rimanendo persone umili senza avere la presunzione di insegnare ma, al contrario, con la consapevolezza di aver sempre tanto da imparare”.

 

I ragazzi di oggi sono molto abituati all'uso della tecnologia. Secondo il suo parere, guardare alle cose del nostro passato potrebbe far tornare la voglia ai ragazzi di staccarsi un po'  e ritornare ad usare di più la fantasia e ritrovare stimoli per il futuro?

 

“Posso confermare che un museo può diventare un luogo sorprendente per i giovani. Noi abbiamo scelto di stimolare il pubblico senza tecnologia ma con una interazione diretta che metta in funzione tutti i sensi: la vista, l’olfatto, il tatto, l’udito ecc. Tutto ciò che esponiamo è la dimostrazione che il potenziale dell’uomo in termini di creatività e applicazione è altamente superiore a quello che ogni giorno utilizziamo. Far vivere concretamente questa esperienza genere nei giovani curiosità e spesso stimola una nuova passione.  Passione: la chiave per risvegliare i giovani dalla noia e dalla omologazione che li travolge”.

 

Quanto è stata importante la gavetta per lei? Il non aver avuto tutto subito? Abbiamo letto che i suoi genitori l'hanno cresciuta con amore ma anche con l'insegnamenti importanti, quali umiltà e sacrificio. È stato importante tutto ciò nella sua vita?

 

“Fosse per me farei tornare di moda la gavetta per tutti, oggi l’inserimento nel mondo del lavoro è “all’acqua di rose”. Dal lavoro manuale, dalle regole, dalle rinunce e dalla fatica ho imparato tutto. Da giovane non lo capivo ma, se oggi riesco a raggiungere degli obiettivi e soprattutto a superare le difficoltà quotidiane, lo devo a questa grande palestra che mi ha insegnato ad amare tutto il percorso con le sue insidie… il panorama è ciò che ti allieta in cima alla montagna. Ogni giornata deve coincidere con il piacere di crescere, di formarsi, di confrontarsi, di sperimentarsi nelle soddisfazioni ma anche nelle difficoltà.. così è nel lavoro, così è nella vita”.

 

La passione è stata molto importante nel suo lavoro: cosa cerca nei suoi collaboratori? Oltre alle  competenze cosa cerca di importante in una persona che l'affiancherà nel suo lavoro?


“No ho dubbi: scelgo la persona con i suoi valori, deve esserci in primis una affinità umana. Se manca questa nessuna competenza o esperienza regge. Il Museo ha una carta valori pubblicata anche sul sito: rispetto, impegno, responsabilità... non possono essere solo parole ma un atteggiamento quotidiano, una educazione, una scelta di vita. Sul posto di lavoro bisogna stare bene perché lì si passa la maggior parte della giornata. Come in una famiglia, se le persone sono legate dai valori, si aiutano, si supportano, si comprendono e solo allora possono realizzare anche i sogni come individui e come gruppo”. (28 ott./Nicolas Rettagliati)